Memorie di un edicolante in triciclo

Capitolo17° : Il mare

Un vento caldo soffiava attraverso il finestrino.
Alla fine ero arrivato a prenderla. Un maggiolone cabrio, nero fiammante, interno in pelle color panna e una paperella (ereditata dall’ex proprietario) appiccicata vicino alla griglietta d’aerazione del motore…sul posteriore.
Quel mattino mi ero vestito e preparato in fretta, avevo buttato qualcosa nella valigia ed ero partito senza dire niente a nessuno. Volevo andare, viaggiare, sentire la strada che scorreva veloce sotto quelle ruote che ne avevano viste di tutti i colori. La direzione era ignota. Volevo solo andare. Magari al mare. Sedermi sulla spiaggia. Magari fare un castello di sabbia con un bambino conosciuto li…o farlo aiutandomi con le mie scarpe per scavare più a fondo. E poi alla fine fare un bagno. Un lungo bagno.
Quello che mi portava li non era ancora chiaro dentro di me. Li dentro un abitacolo arroventato dal sole, su un’autostrada in cui non c’era un briciolo d’ombra se non quella fugace dei cavalcavia e degli Autogrill.
Un piccolo malessere. Uno di quelli minuscoli ma intensi. Che ti lasciano sopravvivere ma ti devastano con la loro costanza.
Una scheggia di legno infilata in un dito.  I tagliettini che capita di farsi sfogliando una rivista. Quando le pagine diventano più taglienti di una lama di rasoio.
Beh. Il malessere che sentivo era esattamente quello. E non riuscivo ad ammettere che fosse per un timore che piano piano, con il tempo e le esperienze, stava radicandosi nel mio intimo.
Avevo il terrore dell’insensibilità.  Il terrore di essere diventato freddo, calcolatore. Di non riuscire più a sentire trasporto per un essere vivente. Una donna.
Per me che l’amore è sempre stato l’esplosione di un fuoco d’artificio nello stomaco ora sentivo che era cambiato qualcosa.
Non capivo ancora se era dettato da una serie di sfortunati eventi ma stava cambiando la mia percezione della vita, dei rapporti umani, del valore di un gesto, di una parola o di un respiro.
Il dettaglio stava diventando un sottile bisogno. La scarpetta di cenerentola era nella sua scatoletta di raso, rinchiusa nella mia mente ma non ne voleva sapere di lasciarsi un po’ andare. Di adattarsi ad una forma anche lievemente diversa.
Errore o non errore quello era il mio pensiero. Volevo il massimo per me. Non un qualcosa di utopico. Non volevo una modella intelligente, sportiva, simpatica e piacevole. Volevo qualcosa che piacesse davvero a me e solo a me. che mi facesse scopiare, esplodere di felicità. Che mi dasse la possibilità di dimostrare a me stesso prima che agli altri, che riuscivo a gestire questa cosa. Un rapporto voluto, incontrato, costruito, basato sul dialogo e sentito da entrambi. Condiviso.
Un camino comune, verso dove non si sa, ma quantomeno comune.
Questi zig-zag mentali distrassero la mia attenzione dal tempo che passava e dalla strada. In men che non si dica, sulle note di “Somewhere over the rainbow”, mi ritrovai a sferragliare su un lungomare sconosciuto. Erano passate 5 ore. Non sapevo dove mi trovavo e la strada del ritorno e quel malessere continuava a braccarmi. Dopo un po’ trovai uno spiazzo vuoto vicino al porto e mi fermai. Dalla casa di fianco si sentiva il vociare sommesso di una televisione accesa e di una coppia, molto probabilmente di anziani che, seduti su un terrazzo vista mare, discuteva di qualcosa che non so. Feci il giro della macchina e mi sedetti sul cofano guardando quell’eterno movimento azzurro.
Tante volte, ancora oggi, mi chiedo perchè il mare mi faccia questo effetto. Non so se fu per il profumo, il movimento, il sole, o forse semplicemente tutto il “pacchetto”, quel pomeriggio non risolse tutti i miei problemi ma mi fece star bene. Con me.

luglio 12, 2010 - Pubblicato da | Uncategorized

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