Capitolo 15°: Leggere in metropolitana
Tintinnio di campanellino sopra la porta ed entro nel locale.
L’ambiente è molto carino. La prima cosa che mi colpisce è il profumo: un misto tra caffè e derivati, pasticceria e fiori molto delicato. Le orecchie vengono colpite da un Jacko d’annata che sta ansimando sulle note di “Man in the mirror”
Portatile sotto braccio sono venuto fino a qui solo per concentrarmi in uno dei miei passatempi preferiti: scrivere.
Strano per un edicolante mettersi in un bar, guardare fuori con il proprio portatile davanti e scrivere storie ma, si sa, ognuno è fatto a modo suo e Dio sia lodato che tutto funziona in questo modo.
Sposto la sedia facendo troppo rumore come a mio solito e tutti gli ospiti si girano a guardarmi infastiditi..manco avessi sparato con un revolver contro il muro…con un pizzico di imbarazzo mi lascio cadere sulla sedia e faccio segno al ragazzo dietro al banco che sono pronto ad ordinare…so già quello che mi piace…
Nel tempo (a dire il vero un filo eccessivo) in cui il ragazzo mi giunge davanti al mio tavolo, guardo intorno e godo.
Ho scelto questo bar perchè mi piace. Assolutamente scontata come indicazione, però quantomai vera. Mi piacciono le pareti colorate, il banco a forma arrotondata e con un enorme specchio sotto che riflette il mondo che gli passa davanti.
Mi piacciono le foto in bianco e nero attaccate alle pareti. Tanti volti conosciuti (di jazzisti, musicisti rock, poeti e scrittori) si intrecciano con contadini dalle mani devastate dal legno nodoso dei loro attrezzi e pescatori dal viso segnato dall’acqua salata. Gli occhi fissi su un punto all’orizzonte..sognanti e decisi nello stesso tempo…illusi e disillusi…insomma…da pelle d’oca…
“Ciao…dimmi tutto” (ndr. il barista è arrivato con estremo ritardo sul binario 8, ma non ce l’ho con lui…imparo piano piano il valore del tempo)
“Si…ciao…allora…fammi, per favore, un caffè americano lunghissimo e mi porti una di quelle ciambelle atomiche che hai dentro alla vetrina…al cioccolato…ti da noia se sto qui a lavorare un po’?” gli dico guardandolo da sotto gli occhiali che mi metto per non affaticare la vista davanti al monitor.
Sorridendo mi risponde “figurati…stai pure quanto vuoi…ti porto subito quello che mi hai ordinato” e scompare con un sorriso aperto e l’”asciuga-piatti” che svolazza francato com’è al grembiule.
Da li inizio a cercare la concentrazione…mi piace essere immerso nei miei pensieri e pescare a caso da un qualsiasi spunto…per questo mi guardo parecchio in giro e scruto tutti i movimenti che mi sfiorano attorno.
In una di queste ricognizioni poso lo sguardo su un tavolo accanto (nel frattempo Brian Adams partiva con il suo assolo di chitarra per “Summer of ’69″ e, in sincrono, i miei indici seguivano la batteria tamburellando sul tavolo) e quello che vedo è semplicemente qualcuno che non avrei mai voluto vedere.
(Le dita si fermano, la bocca si apre in un’espressione impaurita, lo stomaco si contorce e il cuore prende a battere a un ritmo un po’ troppo sostenuto)
Zoe.
Dopo quella sera, non l’avevo più vista ma i miei pensieri erano stati a sua completa disposizione per parecchio tempo. Un tempo sofferto, appesantito dal dolore di un amore in cui credevo e che è rimasto senza benzina…fermo a lato della carreggiata….
In quel momento “Davide” venne fuori in maniera molto cristallina. Quello che sono e quello che sarò sempre prese il sopravvento. Rimasi fermo dov’ero. Non la salutai anche se non sapevo se avessi voluto salutarla. Non le parlai anche se non sapevo se avessi voluto parlarle.
Di pietra la guardai aspettare il suo accompagnatore, baciarlo e bere qualcosa insieme…poi si alzarono, mi guardarono entrambi ridendo e uscirono dal bar senza pensieri…almeno apparenti…
Rimasi li.
Non ero paralizzato perchè ancora innamorato di lei o colpito…il problema era il dolore che mi aveva fatto quell’essere umano…La cosa che mi colpisce di queste situazioni è il dolore gratuito..provocato per un motivo non spiegato, con una lucidità tale che disarma..che rende incapaci di una reazione….
Il mio caffè era davvero buono e mi aiutò a riprendere tutte le funzioni fino a quando mi venne l’ispirazione..
Quel pomeriggio le mie mani andarono da sole per più di due ore in quell’ambiente unico, dopo una sensazione particolare che mi aveva scosso.
Non so ancora bene perchè ma le mie corde erano state pizzicate e mi sentivo in forma…scrissi un pezzo sulla libertà di sentimento..sulla coerenza e sul rispetto e mi uscì bene…
Ero talmente che impegnato che non mi accorsi nemmeno dei gruppetto di persone che, attirate dal mio smanettare fitto fitto, si erano avvicinate piano piano, di sedia in sedia, per sbirciare sul mio video…un po’ come in metro…uno compra il giornale e tutti leggono…!
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